10 ottobre 2016 08:19
Le sfide per l’industria chimica europea non mancano, e l’assemblea generale di Cefic, tenutasi la scorsa settimana a Firenze, è servita a ricordare quali sono i punti di forza e le debolezze di un settore che, a dispetto della sua solidità industriale e finanziaria - e una lunga storia di successi - per il terzo anno consecutivo vede flettere il suo giro d’affari, passato dai 536 miliardi di euro del 2014 ai 519 miliardi dell’anno scorso (di cui l’Italia contribuisce per circa il 10%), con la quota sul mercato mondiale in caduta dal 17,3% al 14,7%, su un totale di 5.334 miliardi (era il 32,3% nel 1995). E la produzione chimica vive ormai un periodo di stagnazione, tanto che le stime Cefic per il 2016, anche nelle migliori delle ipotesi, non vanno oltre una crescita di mezzo punto percentuale.
OBIETTIVO COMPETITIVITÀ. La principale sfida per la chimica europea si chiama competitività, minata da fattori endogeni ed esogeni: in primis gli alti costi dell’energia e delle materie prime (l’etilene da noi costa il doppio rispetto agli Stati Uniti), poi i costi associati alle regolamentazioni UE, raddoppiati negli ultimi dieci anni fino a toccare 10 miliardi di euro, più di tutti gli investimenti in R&D (9,1 miliardi). Il tutto in uno scenario che vede crescere la produzione in Nord America e in Cina (non di rado con la complicità dei grandi gruppi europei e americani), mentre in Europa si investe ormai quasi solo per mantenere le capacità esistenti. Nei soli Stati Uniti, complice il basso costo dello shale gas e il ritorno della manifattura, sono stati annunciati oltre 250 grandi progetti in impianti chimici, per un valore di oltre 170 miliardi di euro.
INNOVAZIONE E INVESTIMENTI. “Da anni denunciamo il rischio che l’industria chimica in Europa perda competitività, specie rispetto alla crescita asiatica e al boom dello shale gas negli Stati Uniti -nota Marco Mensik, Direttore Generale Cefic -. E’ urgente agire al più presto per restare sui mercati, intervenendo sugli elevati costi dell’energia e della burocrazia, che minano la profittabilità delle imprese”.
L’innovazione sembra essere rimasta la sola arma in mano all’industria chimica europea e, per esaltare questo fattore, il vecchio continente deve aumentare la sua attrattività come luogo dove investire in ricerca e in produzione di sostanze e prodotti chimici innovativi e ad alto valore aggiunto. In particolare - rileva Cefic - bisogna aumentare la velocità con cui passare dalla ricerca allo sviluppo e alla commercializzazione di nuovi prodotti.
Sull’innovazione come argine al declino sembra credere anche il neo presidente dell’associazione, Hariolf Kottmann (foto a destra), CEO di Clariant, eletto durante l’assemblea generale al posto di Jean Pierre Clamadieu (leggi articolo). Innovazione e investimenti "che devono rimetterci all’altezza degli altri continenti in termini di competitività”.
DIVERSIFICAZIONE. La chimica europea può trarre vantaggi anche dalla diversificazione produttiva, eredità di una lunga storia industriale, che le consente di avere ancora oggi un surplus commerciale in alcuni segmenti chiave come specialità, prodotti di consumo e polimeri. Surplus che resta positivo nei confronti di Stati Uniti, Brasile e altri paesi asiatici, ma che è invece negativo rispetto alla Cina (-16 milioni di euro), India (-242 milioni) e Giappone (-786 milioni).
I NUMERI DELLA CHIMICA. La sfida della chimica, per altro, è anche la sfida del manifatturiero europeo, dato che il comparto - da solo - conta novemila impresa, per il 96% di piccole e medie dimensioni, che danno lavoro a 1,2 milioni di persone e investono ogni anno oltre 20 miliardi di euro in conto capitale e 9,1 miliardi in ricerca e sviluppo. Per quanto concerne la distribuzione del fatturato (519 miliardi nel 2015), petrolchimica di base (26%) e chimica di specialità (28%) valgono oltre metà del totale, i polimeri (plastiche, gomma e fibre) circa il 20% e il restante è suddiviso tra chimica di consumo (12%) e chimica inorganica di base (13%).
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