L'industria trasformatrice italiana sconta alti costi del lavoro, energia e trasporti. Lo ha ricordato il nuovo presidente di FGP, Paolo Cittadini.
26 giugno 2013 06:10
Per spiegare come l'Italia sia riuscita, suo malgrado, a rinunciare alla leadership industriale perdendo competitività a livello internazionale, Paolo Cittadini, eletto ieri presidente di Federazione Gomma Plastica, prende spunto da un settore che conosce bene: l'elettrodomestico, fino a qualche anno fa emblema del manifatturiero nazionale. Basti pensare che fino alla fine degli anni '90, l'Italia realizzava il 60% degli elettrodomestici prodotti in Europa e la stessa importanza relativa avevano altri settori come la chimica e l'auto.
Le ragioni del declino sono note: alti costi dell'energia, dei trasporti e della manodopera, ma - ha sottolineato Cittadini - non perché i nostri lavoratori guadagnano troppo: il 60% del costo lordo del lavoro va infatti allo Stato, contro il 45% della Germania. Se un addetto oggi costa alle imprese trasformatrici italiane in media 24,7 euro per ora lavorata, in Germania ne bastano 23,4, negli Stati Uniti solo 18,5 (dei quali il 57% va al dipendente) in Polonia addirittura 5,4 euro, di cui il 60% entra nelle tasche del lavoratore.
Senza dimenticare i costi delle materie prime, superiori in Italia rispetto ad altri paesi, che scontano l'assenza di una forte industria nazionale che sappia anche fare ricerca. Altre minacce per le imprese - ha ricordato Cittadini - sono lo Stato che non onora i suoi debiti e i tempi di pagamento che si allungano.
Per quanto concerne il comparto gomma plastica, il 2012 è stato pesante per le aziende trasformatrici: quelle che operano nelle materie plastiche hanno visto calare la produzione del 10%, con un ultimo trimestre che visto colpiti per la prima volta anche i consumi di base, gli imballaggi per prodotti alimentari, mentre nella gomma la flessione è stata addirittura del 19%, con gli articoli tecnici che hanno fatto peggio degli pneumatici. I settori che, nell'ambito della gomma-plastica - hanno registrato i cali più preoccupanti sono auto, edilizia ed elettrodomestici.
Nel complesso, l'industria trasformatrice italiana conta 5.500 aziende, 5.000 nel settore delle materie plastiche e 500 nella gomma, che danno lavoro a 140.000 addetti diretti, 105.000 dei quali nella plastica. Il giro d'affari complessivo ammonta a circa 20 miliardi di euro, in gran parte (14 miliardi) realizzati nel segmento delle materie palstiche.
Come uscire dalla crisì Riportando l'industria manifatturiera ad essere competitiva, magari seguendo le ricette dei paesi che sono riusciti ad uscire dalla crisi. Gli Stati Uniti, per esempio, che oggi stanno vivendo una seconda industrializzazione, con aziende che sempre più spesso delocalizzano all'incontrario, riportando le fabbrica in patria. "Oltre alle politiche monetarie espansive e alla protezione antidumping, sono stati forniti all'industria crediti fiscali e incentivi per il risparmio energetico, circoscritti però alle sole produzioni nazionali". "Noi. invece, abbiamo dato incentivi a tutti, anche agli elettrodomestici prodotti in Corea e in Cina", ha aggiunto il presidente di Federazione Gomma Plastica.
Cittadini ha anche indicato gli accordi sindacali, a livello aziendale, che hanno portato al taglio del costo del lavoro per le imprese statunitensi (in queste settimane il rinnovo del CCNL Gomma Plastica è entrato nella fase finale). "in Italia siamo ancora troppo legati ai contratti nazionali, alla difesa dei diritti acquisiti e subiamo l'invadenza dello Stato", ha aggiunto Cittadini.
"Senza competitività non c'è industria - ha concluso il suo discorso all'assemblea -. E senza industria non ci sono né benessere, né occupazione".
Presente all'Assemblea della Federazione, il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi ha tenuto un breve discorso, ricordando di aver iniziato la sua carriera associativa proprio in Assogomma negli anni '80. La recessione non è finita - ha sottolineato Squinzi - Secondo il Centro Studi di Confindustria il PIL potrebbe perdere quest'anno un ulteriore punto e mezzo percentuale, "sempre che nella seconda parte dell'anno si vedano segni di miglioramento".
Nel suo intervento, il presidente di Confindustria ha sottolineato la piaga dei concordati in continuità, che consentono ai furbetti di azzerare i loro debiti e proseguire come nulla fosse l'attività d'impresa, situazione ben lontana dal "Chapter 11" statunitense da cui si vorrebbe trarre esempio.
Per Squinzi il Decreto Fare approvato nei giorni scorsi dal governo è un buon inizio, ma - appunto - solo il primo passo nella giusta direzione. Per il patron di Mapei, uscire dall'Euro non è la soluzione, perché perderemmo il 25 percento del PIL nei primi 24 mesi; serve anzi una maggiore integrazione europea per tendere alla creazione degli Stati Uniti d'Europa.
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