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Plastica: sostituirla è facile e comodo per tutti ma non basterà…

lunedì 25 novembre 2019

Sostituire la plastica con altri materiali senza eliminare o ridurre il consumo monouso rischia di spostare solamente gli impatti ambientali da una risorsa all’altra. Il modello di consumo attuale, fatto di pasti pronti dall’antipasto alla frutta, di cibo da asporto ordinato online, di prodotti che viaggiano da una parte all’altra del pianeta, di alimenti che devono avere una data di scadenza il più lontano possibile nel tempo, ha la responsabilità sul consumo smodato di plastica. E’ principalmente la plastica che, nel bene e nel male, ha reso possibile questo modello e ora sono diventati “una cosa sola”.  Uscirne richiede ripensare i nostri stili di vita e i modelli economici che ci permettono di essere consumatori H24,  e di diffidare sempre dei facili slogan.     

Premetto che questo è un post scritto a due mani, nel senso che dopo una mia introduzione segue un articolo del giornalista David Burrows sugli ultimi trend del packaging ai tempi del plastic-free che ho deciso di tradurre perché ne condivido l’analisi e le considerazioni.
Mi riferisco al tema delle proposte di packaging che stanno arrivando  dalle aziende in risposta a un comune sentire che ha messo la plastica sul banco degli imputati, e non solo quella dal ciclo di di vita breve. Che sia “giusto” o meno ci si è arrivati dopo un percorso di informazione, comunicazione (oltre che di inevitabili semplificazione e facili slogan)  partito nel 2016, quando è uscito il primo rapporto The New Plastics Economy (NPE) della Ellen McArthur Foundation.

Il rapporto è stato il punto di partenza di un programma triennale di iniziative tra le quali la pubblicazione di “The NPE:Catalysing Action” che indica  le strategie da perseguire per attuare un’economia circolare per la plastica,  e iniziative nazionali come i Plastic Pacts o internazionali come il Global Commitment, un impegno globale per prevenire rifiuti e inquinamento da plastica (alla fonte).
Da allora, sotto la spinta di campagne di informazione portate avanti dai media e associazioni ambientaliste, e di un’opinione pubblica sempre più preoccupata sulle conseguenze della contaminazione da plastica, sono nate molteplici iniziative mirate alla plastica promosse da enti locali, aziende e altri svariati soggetti. Ho fatto il punto sulle iniziative italiane in due precedenti articoli che si trovano nella sezione letture correlate di questo post.
La preoccupazione che domina l’opinione pubblica sugli effetti dell’inquinamento da plastica non è solamente giustificata, ma difficilmente esauribile perché ci saranno sempre nuovi studi, con nuovi dati ed evidenza sul fenomeno ad alimentarla. L’ultimo studio reso noto pochi giorni fa ha rilevato che al largo delle Hawaii nelle zone di gestazione dei pesci la quantità di plastica nelle acque supera quella dei pesci di circa 7/8 volte. Se guardiamo alle concentrazioni di plastica trovate in alcune zone del nostro Mediterraneo risulta evidente che c’è ben poco da stare allegri perché il fenomeno è ormai di portata globale.

Siamo arrivati purtroppo al momento in cui la natura ci presenta il conto su una situazione scappataci di mano già decadi fa quando, a fronte dei primi studi negli anni settanta sulla plastica in mare, nessuno è intervenuto, avendo tutti pesantemente sottovalutato la cosa. Per “tutti” mi riferisco alla mancata assunzione di responsabilità di soggetti come l’industria della plastica, che ha speso ingenti somme di denaro per contrastare ogni tipo di misura che potesse regolamentare o ridurre il consumo di plastica, l’industria dei beni di largo consumo e del retail, che non si sono preoccupate di immettere grandi quantità di plastica in paesi privi dei sistemi più basici di gestione dei rifiuti, l’industria delle bevande che si è opposta ai sistemi di deposito cauzionali e vuoto a rendere per i contenitori, sino ad arrivare al cittadino che abbandona i rifiuti dove capita.

La cosa più preoccupante per coloro che hanno una chiara idea di quello che bisognerebbe fare da subito a livello di politiche nazionali e locali, e di cosa dovrebbe fare l’industria in attesa che tali politiche vengano tradotte in misure legislative, è che si sta facendo troppo poco e soprattutto non le cose giuste e più urgenti.

Come si può leggere nell'ultimo rapporto di monotoraggio dello scorso mese dei progressi compiuti dalle aziende che hanno aderito al Global Commitment che conta oltre 400 membri prevalgono soprattutto azioni di sostituzione della plastica nel packaging con altri materiali e di miglioramento del grado di riciclabilità degli imballaggi in plastica (azione necessaria ma non risolutiva a se stante). Fatta eccezione per alcuni progetti, come la piattaforma di E-commerce Loop basata sull’impiego di imballaggi riutilizzabili,  e di alcuni progetti pilota di vendita di prodotti sfusi da parte di retailers,  ancora pochi sforzi sono stati fatti nella direzione di una prevenzione e riduzione dei rifiuti da imballaggio.

Questo trend indica che, a meno di non inserite le misure di contrasto alla plastica monouso in un programma che includa tutte le tipologie di imballaggio e materiali (cosa che non si sta facendo a partire dall’Italia concentrata sul plastic free) , si corre davvero il rischio di provocare un massiccio spostamento verso altri materiali con un possibile aumento degli impatti ambientali a livello di consumo di risorse ed emissioni di CO2. Senza parlare dei potenziali effetti collaterali per le filiere del compostaggio e del riciclo che si trovano già a dover fronteggiare un incremento di manufatti che hanno sostituito le opzioni in plastica come gli imballaggi in poliaccoppiato difficilmente riciclabili per le cartiere e in bioplastiche compostabili per gli impianti di compostaggio. Impianti Che non sono ancora attrezzati a gestire imballaggi, stovigliame, capsule da caffè e altri manufatti soprattutto qualora presenti oltre ad una certa soglia rispetto alle quantità di scarto organico,  e che pertanto, subiranno le conseguenze di scelte ambientalmente insensate. Tra le conseguenze indesiderate un aumento del livello di confusione tra gli utenti ed operatori della filiera dell’organico ed un aumento dei conferimenti errati sia nel flusso delle plastiche fossili, che dell’organico. La scelta della GDO, capitanata da Federdistribuzione, di sostituire da subito o entro giugno 2020 lo stovigliame in plastica a scaffale (senza una concertazione con altri soggetti della filiera),  ha dato/darà un contributo importante a questo fenomeno.

Dalla lettura di media internazionali ho rilevato che esiste un ampio dibattito pubblico e un livello di informazione sui media più “avanzato” sul tema plastica e dintorni rispetto al nostro paese. Tra questi c’è il Regno Unito, probabilmente perché hanno un più alto consumo di piatti pronti e cibo e bevande da asporto (con più rifiuti prodotti da questo flusso) e un sistema di gestione dei rifiuti da imballaggio poco performante. Su questa situazione, che contava sull’export di rifiuti da imballaggio per almeno il 60% del raccolto ha colpito pesantemente la chiusura dei porti a questi rifiuti da parte della Cina e degli altri paesi asiatici.

Ecco perché ho deciso di proporvi una traduzione dell'articolo del giornalista inglese David Burrows “The single-use substitution scandal “che, anche se contiene qualche riferimento alla situazione inglese, tratta di alcune dinamiche che non sono solamente rilevabili nel Regno Unito.

Anche quando afferma che “le imprese e i consumatori sono esposti a forme di greenwashing che derivano sia da iniziative da parte di alcune ONG che da “regolamentazioni anti-plastica” come si può evincere dagli esempi portati nell’articolo.

The single-use substitution scandal

di David Burrows*

Ball Corporation, un fornitore di imballaggi in alluminio inizierà a costruire un impianto da $ 200 milioni (in sterline £ 155 milioni) in Georgia, Stati Uniti per produrre tazze monouso in alluminio. 

Anche se non hanno ancora comunicato le quantità di tazze che verranno prodotte nel nuovo sito, saranno sicuramente quantità importanti. Queste tazze verranno utilizzate un po’ ovunque: pub, università, ristoranti e mense e nella maggior parte dei casi sostituiranno i bicchieri o tazze di plastica. Secondo il comunicato stampa di Ball, l’impiego di questi manufatti in alluminio è buona cosa, dato che “l’alluminio è il materiale di imballaggio per bevande più sostenibile e che lattine, bottiglie e tazze possono essere facilmente riciclate“.

Se uno si chiedesse chi ha stabilito che l’alluminio sia il materiale più sostenibile, la risposta è: Ball. Si evince anche dalle affermazioni del suo presidente e AD, John Hayes che dichiara “Stiamo sentendo sempre più clienti e consumatori che vogliono fare la cosa giusta per l’ambiente e hanno bisogno di più opzioni”.

Le ricerche di mercato condotte dall’azienda hanno rivelato che il 67% dei consumatori statunitensi afferma di voler frequentare un determinato luogo di ritrovo  più spesso qualora si utilizzassero bicchieri di alluminio, anziché di plastica. Secondo un sondaggio pubblicato dal produttore di cartone DS Smith la scorsa settimana il 62% degli intervistati in Europa pagherebbe di più per prodotti alimentari che contengono meno imballaggi di plastica. Gli imballaggi in plastica sono diventati la “bête noire” europea, ha concluso lo studio. Nel frattempo, il produttore di imballaggi compostabili Tipa ha pubblicato lo scorso anno una ricerca che dimostrava che il 70% degli acquirenti del Regno Unito avrebbero preferito comprare prodotti da marche che utilizzano imballaggi compostabili.

In realtà credo che i consumatori che hanno preso parte a questi sondaggi, così come gli stadi , i ristoranti e le mense, stiano sostituendo  imballaggi monouso (principalmente in plastica tradizionale) con altri ( in cartone, alluminio, vetro o una miriade di altri nuovi appositamente creati ), in risposta o per effetto di un’azione di greenwashing.

Come chiarito recentemente da una dichiarazione di Neil Parish, presidente della commissione per l’ambiente, l’alimentazione e gli affari rurali del Parlamento inglese: “Una sostituzione dei materiali non è essenzialmente la (giusta/unica ndr) risposta e dobbiamo quindi cercare altre modalità per ridurre gli imballaggi monouso”. Tuttavia, questo non è il percorso che la politica sta prendendo in considerazione . Basta guardare all’Environment Bill, che prevede una tassazione per articoli realizzati “interamente o parzialmente in plastica”. Ancora una volta il messaggio che ne deriva è che la plastica è “cattiva” mentre ciò che non è plastica è “buono”.  Una strategia vincente anche a livello elettorale, sempre qualora i sondaggi e le ricerche prima citate fossero attendibili. 

Anche per le aziende questa narrazione  funziona come un assist geniale : piuttosto che ripensare completamente i modelli di erogazione dei loro prodotti sposando (più costosi) sistemi di riutilizzo e ricarica – che potrebbero inizialmente “turbare” i consumatori- passano dalla plastica a un altro materiale monouso. Certamente questa scelta potrebbe apportare costi aggiuntivi, qualche tensione per i clienti e conseguenze ambientali non intenzionali, ma nel complesso si tratta pur sempre di business as usual (affari come al solito). La politica dell’UE sta procedendo allo stesso modo (almeno attualmente) e le imprese ne sono felici.

Prendiamo il caso di McDonald che ha condottoun esperimento a Berlino realizzando un’installazione (quasi) plastic-free. Nel blog della multinazionale si legge che le tazze e contenitori commestibili hanno sostituito tazze e bustine usa e getta per condimenti . Inoltre, che le cannucce di carta hanno sostituito quelle di plastica, posate di legno hanno sostituito le posate di plastica e i panini sono confezionati in imballaggi derivati da erba, invece che carta. I Chicken McNuggets invece vengono serviti in sacchetti di carta, piuttosto che in scatole di cartone. In altre parole, il lavoro fatto è stato passare da un imballaggio monouso ad un altro marchiardo come sostenibile l’intera operazione. Se non è questo greenwashing…

Ma c’è un nuovo soggetto che alimenta una propaganda basata sul leit motiv “ plastica cattiva – no plastica buono” che sono le Ong. 

Non tutte ma una fazione insistente sempre più di alto profilo, guidata da “A Plastic Planet”. “All’industria della plastica serve confondere le persone. Il riciclaggio è una cavolata ”, ha dichiarato Siân Sutherland, che ha co-fondato l’associazione,  in un’intervista al FT di questo mese.

Ma se i tassi di riciclaggio per la plastica sono certamente uno schifo, lo stesso dicasi per i tassi di compostaggio delle bioplastiche che la Sutherland sta spingendo. Il suo mantra è che la natura non è in grado di gestire la plastica tradizionale e che quindi dovremmo dare un’occhiata agli altri materiali che invece essa può gestire ( e quindi, dico io, possiamo continuare a buttarli  in discarica o in mare, indipendentemente dai costi che queste risorse richiedono?) Hanno persino creato un elenco – o meglio una “biblioteca delle risorse” – che include di tutto, dal cartone al vetro, cellulosa e, ( fatto piuttosto sconcertante) l’alluminio.

La domanda che ci viene posta ogni giorno da marche, rivenditori e progettisti di imballaggi è: cos’altro posso usare? Va riconosciuto che c’è davvero una mancanza di informazioni là fuori”, ha affermato la Sutherland di recente. In altre parole, non si tratta di ridurre gli imballaggi monouso, ma semplicemente di creare diversi tipi di imballaggi monouso – che artisti del calibro di Ball, DS Smith e Tipa stanno inventando. Davvero giorni felici per queste aziende che non devono nemmeno fare pubblicità perché alcune Ong ambientaliste stanno lavorando  per loro.

Se l’ignoranza è una benedizione ecco la realtà: stiamo andando (velocemente) verso un mercato dove l’entropia regna sovrana. Non sto dicendo che alcuni di questi materiali e innovazioni nel packaging monouso siano inutili; ma che sono piuttosto "i frutti più bassi e semplici da raccogliere"  , semplici interruttori per un cambio di materiale, scelte che avremo tutto il tempo di rimpiangere (specialmente quando fatte sotto pressione). Come ha concluso la recente ricerca per Footprint Intelligencetroppo tempo, energia e denaro vengono spesi alla ricerca di alternative alla plastica monouso. Quindi quali marchi “hanno le palle” per andare oltre al monouso, qualunque sia il materiale impiegato?

* David Burrows giornalista specializzato in packaging alimentare ha recentemente partecipato alla stesura di report come Beyond Plastics :Grocery packaging in a sustainable future e The future of foodservice packaging.  

NB. Questo post completo di link e fonti è pubblicato sul sito comunivirtuosi . org alla sezione Approfondimenti.

di: silvia ricci
"Gli articoli in questa sezione non sono opera della redazione ma esprimono le opinioni degli autori"
Numero di letture: 506
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