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Il Deposito Cauzionale al centro del dibattito pubblico è un’ottima notizia, nonostante tutto

lunedì 28 novembre 2022

Non si può dire che il tema imballaggi, insieme a quello del deposito cauzionale, non sia stato di attualità nelle ultime settimane arrivando per la prima volta su quotidiani mainstream, testate economiche e in qualche edizione dei TG.


Cominciamo dalla notizia meno recente classificabile come good news che è stata la pubblicazione del rapporto Target90% della piattaforma Reloop e del correlato documento di posizionamento per una maggiore circolarità degli imballaggi per bevande, sottoscritto da un’ampia coalizione che rappresenta produttori europei di bevande, fornitori di materiali e tecnologie per il packaging, riciclatori, ONG ed enti pubblici.

La Coalizione sottolinea l’importanza di fissare un obiettivo del 90% di raccolta selettiva finalizzata al riciclo entro il 2029 per gli imballaggi per bevande in plastica, vetro e in lattina, e di adottare sistemi di deposito cauzionale (DRS) ben disegnati negli Stati membri ove i tassi di raccolta non riescono a raggiungere tali obiettivi. A questo proposito diventa essenziale per la Coalizione sviluppare a livello europeo dei requisiti minimi a cui fare riferimento nella progettazione di ogni nuovo DRS, a garantire alti tassi di raccolta per un riciclo closed loop ("bottle to bottle" e "can to can"). Tra i firmatari di spicco ci sono le principali associazioni di categoria europee del mondo delle bevande come Unesda Soft Drink EuropeNMWA (Natural Mineral Waters Association) e AJIN produttori succhi di frutta.

Nonostante l’UE abbia alcune delle migliori norme al mondo in materia di rifiuti – si legge nel comunicato – le stime ci dicono che un terzo dei contenitori di bevande sia sfuggito al riciclo nell’anno in corso per un totale di 830.000 tonnellate di plastica, 140.000 ton di alluminio 9 milioni di ton di vetro per un valore di quasi 900 milioni di euro. Francia, Italia, Polonia e Spagna sono i Paesi che hanno più da guadagnare perché insieme rappresentano il 60% di tale spreco.
I paesi che hanno in essere un deposito cauzionale hanno già raggiunto il 90% di raccolta o sono vicinissimi nel conseguirlo. mentre 18 Stati dell’UE, che rappresentano il 45% della popolazione europea, adotteranno il sistema DRS entro il 2026.

La modellizzazione di calcolo adottata da Reloop stima che se tutti i paesi EU27 adottassero un DRS con tassi di raccolta del 90% dal 2022 al 2029 si renderebbero disponibili per il riciclo nel 2030 altri 170 miliardi di contenitori per bevande che garantirebbero tassi di riciclaggio e di contenuto riciclato più elevati negli imballaggi riducendo significativamente la domanda di materie vergini.

Di questi 170 miliardi di contenitori tra bottiglie in plastica, vetro e lattine, le bottiglie in PET valgono 92 miliardi di unità, che corrisponde a 2,1 tonnellate di PET che possono diventare materia prima seconda con un valore economico pari a 1,3 miliardi di euro.

Questa convergenza di interessi e visione tra soggetti industriali, istituzioni e ONG nel sostenere concretamente obiettivi ambiziosi per una maggiore circolarità del packaging a livello europeo è, indubbiamente, un’ottima notizia. Sino a che punto però il dibattito europeo è allineato con quello nazionale? Non molto da quello che si è avuto modo di sentire da rappresentanti di Assobibe, Conai, Corepla, e Mineracqua lo scorso luglio durante un workshop organizzato in diretta streaming dal parlamentare Aldo Penna. L’evento è stato la prima occasione pubblica in cui i referenti delle organizzazioni citate hanno espresso il proprio punto di vista e posizionamento rispetto all’introduzione di un Deposito Cauzionale in Italia. Con alcune minime sfumature i presidenti di Conai e Corepla si sono dichiarati contro e così Assobibe nella persona del suo presidente. Sostanzialmente a favore di un DRS si è espresso invece il presidente di Mineracqua Fontana, purché gestito e finanziato dall’industria delle bevande e della GDO in un modello di return to retail. Qui gli interventi.

TANTO RUMORE PER NULLA?

Qualche settimana fa è trapelata una bozza della proposta di revisione della Direttiva UE sugli Imballaggi ed i Rifiuti da Imballaggio, Direttiva che secondo la proposta verrebbe trasformata in Regolamento (in sigla, PPWR, Packaging and Packaging Waste Regulation) che la Commissione europea si appresta a presentare a fine mese (era prevista per il luglio scorso) nell’ambito di un più ampio pacchetto sull’economia circolare. Il fatto che si tratti di un atto legislativo vincolante, che impedisce ai Paesi Membri i margini di manovra delle direttive, ha provocato un’accesa reazione da parte di Confindustria a cui si sono uniti altri soggetti come Federdistribuzione, il Conai, l’industria del packaging e delle diverse materie prime da imballaggio e persino la Cisl. Anche il neo ministro all’Ambiente ha sposato immediatamente la causa dichiarando in più occasioni che l’Italia avrebbe detto no al Regolamento.

Stefan Pan, delegato di Confindustria per l’Europa, in un’intervista al Sole 24 Ore ha dichiarato che sarebbero oltre 700mila le aziende che rischiano di essere travolte dalla proposta di regolamento che ha “un’approccio ideologico e gela la strategia del riciclo degli imballaggi per puntare sul riutilizzo“. Un cambio di strategia che “colpisce il sistema Paese che proprio nell’industria del riciclo ha un primato europeo“.

Proprio per evitare prese di posizione da tifoseria da stadio vediamo quali sono le previsioni che hanno suscitato maggiore contrarietà contenute in un testo di oltre 100 pagine più annesso. Un testo troppo lungo e complicato per i non addetti ai lavori, che dubito pochi avranno letto con attenzione e che anche Polimerica.it ha passato in rassegna. Nel frattempo è trapelata ieri una seconda bozza della proposta di regolamento contro il quale il Sole 24 Ore si scaglia nell’articolo Imballaggi, primo dietrofront europeo sui target di riuso. La Commissione Ue taglia al 20%la quota di packaging che dal 2030 dovrà essere riutilizzata. Nel confrontare i nuovi target di riuso per i vari settori e imballaggi, ridimensionati rispetto alla prima versione trapelata, la giornalista si dimentica il settore delle bevande maggiormente al centro della protesta. Ovvero che il target di riuso degli imballaggi per bevande è stato drasticamente ridotto scendendo dal 20% al 10%  (al 2030) e dal 75% al 25% (2040).

Mentre a livello europeo sono gli obiettivi di riuso per i contenitori d bevande ad agitare le notti insonni dei produttori di bevande e del mondo del packaging (anche se le preoccupazioni non sempre coincidono), in Italia il pericolo da scongiurare sembra più essere il DRS, oltre al fatto che il regolamento non permette più recepimenti “creativi”. La proposta di regolamento (in sigla PPWR ) prevede infatti all’articolo 61 una sua introduzione obbligatoria – inizialmente prevista al 2028 e ora slittata al 2029 – che interessa bottiglie in plastica e contenitori in metallo per liquidi alimentari, fino a 3 litri (con esclusione di latte e derivati, vino ed alcolici) e con la sola possibilità di esenzione da tale misura per i Paesi che mostrino di potere regolarmente conseguire il 90% di raccolta di tali contenitori.

Il Conai ha annunciato l’11 novembre scorso di avere mandato una nota alle istituzioni sulla proposta di Regolamento UE che sostanzialmente dice che per l’Italia il deposito cauzionale costituisce una duplicazione inutile di costi economici ed ambientali: andrebbe ad affiancare, senza sostituirsi in tutto, alle raccolte differenziate tradizionali. Infatti, spiega il Consorzio nella nota, esiste già “un circuito efficace di raccolta differenziata e valorizzazione degli imballaggi” e che distribuire capillarmente sul territorio nazionale circa 100.000 RVM (Reverse Vending Machine) comporta “ un investimento iniziale di circa 2,3 miliardi di euro” a cui si dovrebbero aggiungere “un investimento compreso tra 500 milioni e 1 miliardo di euro”. per mettere su l’infrastruttura del sistema che avrebbe “un costo di gestione di circa 350 milioni di euro all’anno”.

RISPOSTE A DOMANDE FREQUENTI SUI DRS

Per semplificare e rendere comprensibile il dibattito, anche a chi non conosce i Sistemi Cauzionali per bevande ( tema che può essere approfondito sul sito della campagna “A Buon Rendere -molto più di un vuoto” ) proviamo ad usare lo strumento delle FAQ per rispondere alle principali obiezioni lette in questi giorni.

E’ vero che il regolamento è tutto orientato sul riuso come riportato nei comunicati stampa di diverse associazioni industriali e fatto proprio da ambienti governativi?
Accanto a degli obiettivi di riuso per contenitori di bevande ridimensionati al punto da non essere più così sfidanti per l’industria delle bevande, ci sono misure volte a consolidare proprio il riciclo creando un mercato per la materia riciclata. In particolare per la plastica che, secondo Plastics Europe, nel 2019 costituiva solamente il 5% della plastica contenuta negli imballaggi. Secondo l’associazione dell’industria del riciclaggio, EuRIC, le previsioni del regolamento con l’innalzamento dei target di contenuto riciclato dovrebbero anche far aumentare i tassi di raccolta e spingere le aziende a progettare prodotti in linea con i processi di riciclaggio, poiché, come ha dichiarato il segretario generale di EuRIC Emmanuel Katrakis a Euractiv “è nel loro interesse farlo”.
Il DRS si è rivelato nella pratica lo strumento più potente che consente di massimizzare le intercettazioni degli imballaggi per bevande, di migliorarne la qualità, di riservarne i volumi di riciclato per le applicazioni più “nobili” (da bottiglia a bottiglia, da lattina a lattina) e di raggiungere gli obiettivi di contenuto riciclato delle normative europee. Ma c’è di più: è la stessa estensione del DRS ai contenitori in plastica e metalli a smentire la lettura di uno strumento “inteso solo al riuso”, in quanto tali materiali sono vocati al riciclo, non al riuso.

E’ possibile raggiungere gli obiettivi di raccolta al 90% per le bottiglie in plastica ?
Negli ultimi mesi è capitato spesso di imbattersi in dichiarazioni dei consorzi EPR (es. Conai e Corepla nel caso specifico della plastica) secondo i quali “il sistema italiano sarebbe già un sistema di eccellenza in grado di conseguire gli obiettivi previsti nella Direttiva sulle plastiche monouso (90% di intercettazione delle bottiglie per liquidi alimentari) con una combinazione tra sistemi attuali di raccolta differenziata e raccolte selettive tramite gli eco-compattatori” che, ricordiamo, differiscono dal sistema di deposito cauzionale in quanto manca l’elemento fondamentale del deposito, oltre ad un’altra serie di elementi qualificanti dei DRS ormai noti. Mentre le quantità di bottiglie che verranno raccolte con gli eco-compattatori possono avere caratteristiche conformi ai criteri stabiliti dalla direttiva SUP e concorrere al raggiungimento del target di raccolta del 90% al 2029, i rifiuti di bottiglie monouso attualmente raccolti insieme ad altre frazioni di rifiuti da imballaggio no. Questo perché non possono essere considerati come raccolti separatamente ai sensi della Decisione della Commissione 2021/1752 che ha definito il metodo di calcolo da utilizzare per valutare il raggiungimento dell’obiettivo di raccolta. In particolare perché non soddisfano le condizioni previste dall’art. 2, paragrafo 4, lettera b).
Da uno studio di Utilitalia emerge che solamente circa un terzo dei rifiuti urbani prodotti sono raccolti con la modalità del Porta a Porta,PaP. Infatti il 51% degli italiani viene servito da una raccolta differenziata prevalentemente stradale, solo il 19% è servito esclusivamente dal PaP, mentre il 16% dispone di un servizio misto prevalentemente porta a porta e il 13% solo stradale.
Una situazione che non garantisce materia prima seconda pulita – priva di frazioni estranee e sostanze contaminanti – ma neanche previene perdite importanti di materiali all’uscita dei centri di selezione. Il tasso di raccolta del 77% e oltre, citato dai consorzi come raggiunto va considerato come un tasso al lordo di perdite e scarti, e quindi il gap da colmare non è così a portata di mano come viene venduto.
Lo studio di Assobibe aveva stimato, sulla base dei dati raccolti, che per perseguire gli obiettivi di intercettazione della SUP al 2029 per gli imballaggi per bevande con il sistema attuale, sarebbe stato necessario rendere prevalente il sistema di raccolta PaP/condominiale con un incremento dei costi gestionali complessivi pari a circa 2.088 M€/a. Lo stesso studio rilevava che “la quantità di materiale scartato dalla RD aumenta in misura maggiore rispetto al crescere della stessa“.
In conclusione: anche se dall’evidenza internazionale emerge che l’obiettivo del 90% di intercettazione per i contenitori di bevande non è mai stato conseguita in alcun Paese senza l’introduzione di un DRS – se i consorzi ritengono di potere conseguire tale obiettivo e di potere venire esentati da un DRS – [visto che la proposta di PPWR lo prevede] non si comprendono i motivi della loro critica.

E’ vero che implementare un DRS avrebbe costi proibitivi?
Allo stato attuale non è possibile fare tale affermazione in quanto non sono ancora stati presentati studi completi e analitici sui costi benefici causati dall’introduzione di un DRS nazionale – come nel caso della Spagna – per citare uno studio recente. Sono usciti invece alcuni numeri diffusi dal Conai durante convegni e sui media senza che lo studio di riferimento sia stato messo a disposizione. E’ uscito un anno fa uno studio preliminare sul tema commissionato da Assobibe alla Fondazione Sviluppo sostenibile di 50 pagine circa che ha avuto senz’altro il merito di fare da apripista.
Da questo studio esce un dato molto diverso circa la quantità di RVM necessarie da installare in Italia secondo il Conai (100.000 RVM con un investimento di circa 2,3 miliardi di euro). Lo studio di Assobibe prende come riferimento la Germania, paese più simile all’Italia sia per dimensioni che per densità abitativa dove è stata posizionata una RVM ogni 2.073 abitanti. “Trasponendo questo valore per l’Italia significa che nel nostro Paese occorrerebbe installare orientativamente circa 29.000 macchine. Pensando di posizionare una macchina presso ogni esercizio della grande distribuzione nel settore alimentare arriveremmo così a stimare un fabbisogno di 25.534 RVM.”
Detto questo nei DRS esistenti in Europa l’acquisto delle RVM è stato prevalentemente a carico della GDO. che ne ha pianificato l’acquisto con la certezza di ritornare in tempi relativamente brevi dell’investimento e a più livelli. Attraverso le compensazioni previste dall’operatore del sistema per ogni imballaggio gestito a coprire tutte e spese sostenute detta commissione di gestione o handling fee e con l’aumento dei passaggi e degli acquisti da parte dei clienti. D’altronde quanti investimenti fa l’industria e il retail in marketing e pubblicità, senza avere certezza di un ritorno economico come invece avviene in questo caso?

Sono stati forniti numeri attendibili e verificabili sui costi e benefici di un DRS nazionale da considerare per successivi studi ?
Come già anticipato i numeri forniti dal Conai ai media, inclusa l’affermazione che un DRS costerebbe 10 volte l’attuale sistema (integrabile o meno con eco-compattatori) non sono verificabili e si basano su scenari non perseguibili nella realtà. In particolare sull’evenienza remota di un DRS implementabile per le sole bottiglie di plastica e sull’assunto che le bottiglie raccolte con il sistema misto vengano accettate nel computo del raggiungimento del target del 90% delle bottiglie già menzionato.
Tra i numeri e i dati diffusi manca, ad esempio una simulazione completa su quale potrebbe essere un bilancio completo di un DRS nazionale come entrate e uscite. Alcuni dei numeri diffusi sulle singole voci di costo all’interno di tabelle, non significano nulla quando scorporati dal contesto. E’ questo il caso dei costi delle misure antifrode o dell’ammontare dei depositi non riscossi [che è una delle voci di finanziamento del sistema insieme al contributo EPR versato dalle aziende che immettono imballaggi e dalla vendita dei materiali ] che è stato stimato per presentarlo in una luce “truffaldina”. Un bilancio aziendale così come una valutazione sulla validità e correttezza dell’operato di un’azienda (o ente no profit) non viene determinato da quanto costa complessivamente o analiticamente, ma dai risultati e servizi che fornisce alla società e ai suoi stakeholder, interni ed esterni senza gravare sui consumatori. Avere delle voci di costo senza indicare chi sono i soggetti ai quali vanno attribuite, oppure citare l’entità di investimenti senza precisare entro quali tempistiche avviene il ROI, non contribuisce ad un dibattito razionale, equilibrato, e soprattutto produttivo.
Ma soprattutto si rivelano numeri che difficilmente possono fornire indizi sulla base dei quali dedurre che un DRS rappresenti “un rischio economico che si ripercuote sui consumatori” o che non sia un sistema trasparente. Né tantomeno che non stia in piedi economicamente, o che non sia win win per tutti gli stakeholder (Comuni, GDO, Produttori di bevande e operatori impegnati nelle operazioni di avvio a riciclo tutti). Questo perché l’evidenza sui risultati conseguiti dai sistemi europei suggerisce ben altro e un DRS per il nostro paese va costruito insieme senza pregiudizi. Soprattutto da parte dell’industria delle bevande e dalla GDO che sono i soggetti che dovrebbero finanziare e gestire un DRS attraverso un ente non profit.

L’Italia è davvero un unicum che non ha bisogno di DRS?
I vantaggi di ordine economico e ambientale di cui l’Italia potrebbe beneficiare guardando alle esperienze di successo europee, sono ormai noti e la prima parte di questo articolo ha fornito dei numeri che parlano da soli. Chi afferma che l’Italia è un unicum si schiera dalla parte di chi non vuole abbandonate lo status quo.
Ma lo scenario andrà a cambiare dal 2024 perché lo richiederà il passaggio obbligatorio dal sistema di responsabilità condivisa del produttore attuale a quella estesa che richiede ai produttori la copertura del 100% o 80% in deroga dei costi della RD e di rimozione del littering per gli imballaggi in plastica. Scenario che porterà il Conai a dover raddoppiare i corrispettivi che ricevono i Comuni regolati dall’accordo Anci Conai e aumentare pertanto il CAC che pagano le aziende utilizzatrici di imballaggi.
Una delle ragioni questa che rende le stime diffuse da Conai poco rilevanti perché basate sul presente e non sullo scenario dei prossimi anni.
L’attuale sistema di responsabilità condivisa del produttore è infatti quello che si è dimostrato meno costoso per le aziende utilizzatrici di packaging a parità di efficienza e tassi di riciclo tra i Producer System Organizer europei (PRO) presi in esame da uno studio commissionato dal Conai alla Bocconi.
Al risultato concorre il contributo EPR (CAC) più basso per ton pagato in Italia dalle aziende che immettono imballaggi al consumo e i Comuni che finanziano per la maggiore quota la raccolta differenziata e i costi dovuti per la rimozione del littering.

Un parere informato su sistema cauzionale lanciato quest’anno, e che sta andando a gonfie vele, è arrivato da Alessandro Pasquale produttore di acque minerali coinvolto nella costruzione del sistema di DRS slovacco intervenuto al workshop citato in apertura. Nel sistema slovacco le aziende hanno investito 500.000 euro e tutto il resto è stato preso in prestito dalle banche. Il DRS slovacco, come si può leggere sui media locali, a pochi mesi di distanza sta andando benissimo con un’ottima liquidità, livelli di intercettazione dell’80% dopo neanche un anno , e tutto il raccolto va ai produttori di bevande per realizzare nuove bottiglie e lattine.
Noi invece stiamo investendo soldi pubblici per comprare eco-compattatori nel tentativo di raggiungere il 90% di intercettazione e sprecando ogni anno sette miliardi di contenitori per bevande che sfuggono al riciclo. Una perdita di risorse preziose che potrebbero alimentare la nostra economia e giovare ai bilanci comunali. Come se non bastasse, mentre l’industria è riuscita a schivare la Plastic Tax italiana, come contribuenti ci troveremo a pagare la Plastic Tax europea. Ogni stato membro è tenuto a versare 800 euro per ogni tonnellata di rifiuti di imballaggio in plastica non riciclati. L’anno scorso, secondo quanto emerge dal Bilancio europeo, il nostro paese ha versato nelle casse UE 744 milioni di euro pagati dalla fiscalità generale. Anche le tonnellate di bottiglie in PET non raccolte hanno un peso nel determinarne l’importo. Forse dovremmo cominciare a quantificare quanto ci costa la mancanza di un sistema cauzionale.

di: silvia ricci
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