Pubblicato il Panel di Federchimica sull'andamento dell'industria chimica in Italia, con le previsioni 2012.
31 gennaio 2012 07:26
Il Panel di Federchimica, importante osservatorio congiunturale sulla chimica italiana, fotografa un settore entrato in una fase calante nel secondo semestre dello scorso anno; settore che mantiene però una linea di galleggiamento alta grazie al traino delle esportazioni e a una prima parte dell'anno in crescita. La stima di Federchimica per l'anno appena trascorso è di un lieve calo della produzione, tra l’1 e il 2%, sostenuta dai prodotti meno ciclici e dalle esportazioni (+2%).
Previsioni difficili. La federazione fatica a formulare, invece, una previsione quantitativa per il 2012. In uno scenario che vede la domanda estera in ripresa dopo la fase di rallentamento, in presenza di prezzi delle materie prime su livelli ancora elevati e un euro non svalutato, la domanda di prodotti chimici dovrebbe tenere, anche perché gli effetti sulle scorte di magazzino (e sui livelli produttivi delle imprese chimiche) sono già stati anticipati nel 2011.
In questo scenario, sulla base della previsione di un calo della produzione industriale italiana del 2% e dei consumi reali delle famiglie dell’1%, gli analisti di Federchimica stimano per quest'anno una flessione della domanda interna pari a circa l’1,5%, a fronte di una crescita delle esportazioni intorno al 2%. Ne risulterebbe una flessione di circa l’1% della produzione in volume: "Un risultato negativo in assoluto ma migliore della media industriale, sia perché si è in qualche modo anticipata l’inversione ciclica, sia per una migliore capacità di cogliere le opportunità del mercato globale, dato anche il contenuto tecnologico di gran parte dei prodotti chimici".
Sempre più internazionali. Il panel individua anche alcuni fattori positivi a livello strutturale, come ad esempio la crescente internazionalizzazione delle nostre imprese: la quota dell'export è cresciuta di sei punti percentuali negli ultimi dieci anni, e di 20 punti allargando l'orizzonte temporale ai sedici anni trascorsi. E chi è riuscito a internazionalizzarsi presto e bene - circa 150 aziende secondo i ricercatori - si trova oggi in condizioni nettamente migliori rispetto ai competitor nazionali, poiché ha riportato i volumi produttivi ai livelli pre-crisi e riesce a trasferire meglio sui prezzi gli aumenti dei costi.
Freni alla crescita. Destano invece preoccupazione i bassi tassi di redditività, lo scenario di contorno del sistema paese, che impatta sulla competitività delle imprese e un mercato interno ormai stagnante da qualche anno. L’Italia, per la sua particolare situazione economica e politica, vede amplificati gli effetti del rallentamento in atto a livello mondiale ed europeo, a cui si sommano quelli della crisi finanziaria; e la chimica, settore ciclico per definizione, ne risente in modo ancora maggiore. Se non preoccupa il ciclo scorte - le imprese hanno imparato a gestire le cadute improvvise della domanda - il punto debole resta l'accesso al credito, sia per il costo, sia per la carenza, dovuto in larga parte alle problematiche finanziarie delle banche.
Le imprese chimiche - ricordano i ricercatori di Federchimica - hanno già vissuto tre anni fa una fase molto difficile, quando - potendo contare su una maggiore capitalizzazione - si sono spesso sostituite al sistema bancario per sostenere i clienti, spesso costituiti da piccole e piccolissime imprese, facendosi carico del maggior onere di capitale circolante e della rischiosità crescente, dovuta anche alle difficoltà di natura strutturale di molti comparti a valle. Ma le imprese chimiche non sembrano potersi fare carico a lungo delle difficoltà finanziarie della propria clientela.
L'innovazione, il secondo driver di crescita nel lungo periodo, dopo le esportazioni, è stimolata dalla necessità di ridurre i costi e dalla consapevolezza che, puntando su prodotti più innovativi, si è meno condizionai dai prezzi delle materie prime ed è più facile trasferire i maggiori costi a valle. Lo dimostra il fatto che, dopo la Germania, l’Italia è il paese europeo con il più elevato numero di imprese innovative che fanno ricerca, circa 834 secondo i dati Eurostat.
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