1 giugno 2017 08:10

Caso di eccellenza a livello europeo per il riciclo di rifiuti di PVC difficili da rigenerare (guaine di cavi e teloni), l’impianto di Vinyloop Ferrara rischia di chiudere i battenti a causa dei "legacy additives": per ora scatta la cassa integrazione di 13 settimane per 12 dipendenti della società ferrarese, con il fermo dell’impianto, ma la proprietà (joint-venture tra Inovyn 60% e Serge Ferrari 40%) sta valutando se continuare la produzione dopo il 2019, quando scadrà l’autorizzazione Reach che consente di immettere sul mercato PVC riciclato contenente DEHP.
LEGACY ADDITIVES. A mettere a rischio il futuro dell’azienda è il divieto ad immettere sul mercato della UE resine viniliche contenenti il plastificante DEHP, anche se provenienti da riciclo. Ma Vinyloop Ferrara rigenera il materiale di cavi e teloni utilizzando un processo di dissoluzione selettiva che elimina i materiali estranei (metalli, fibre), ma non gli additivi presenti nel rifiuto di partenza, consentiti senza restrizioni al momento della loro aggiunta al manufatto finito. Così, pur non additivando alla resina rigenerata sostanze candidate estremamente preoccupanti (SVHC nel gergo Reach), Vinyloop è comunque tenuta agli obblighi imposti ai produttori di sostanze chimiche pericolose.
ARRIVA LA CASSA INTEGRAZIONE. Come ci ha spiegato Francesco Tarantino, General Manager di VinyLoop Ferrara, prima di chiedere la cassa integrazione l’azienda ha provato tutte le strade, compresa la richiesta di autorizzazione all’immissione sul mercato prevista dal regolamento Reach. Iter che si è dimostrato lungo, controverso ed oneroso: la richiesta per poter vendere R-PVC contenente DEHP in specifiche applicazioni non a rischio per la salute e per l’ambiente è stata presentata all’Agenzia europea per le sostanze chimiche (Echa) nell’estate 2013, nel dicembre del 2014, gli esperti dell’Agenzia hanno raccomandato di concedere l’autorizzazione per sette anni, ma questa - vidimata dalla Commissione europea - è giunta all’azienda solo nel giugno dell’anno scorso, con validità di quattro anni retrodatata al 21 febbraio 2015. Scadrà quindi all’inizio del 2019 e per chiederne l’eventuale proroga bisognava presentare richiesta in questi giorni: “Termini troppo stretti, incertezza sui futuri orientamenti UE ed elevati costi per preparare il dossier, senza contare le restrizioni imposte dall’Agenzia - Tarantino spiega a Polimerica perché l’azienda non chiederà il rinnovo -. Per ottenere l’autorizzazione abbiamo dovuto presentare i risultati di monitoraggi sull’ambiente di lavoro e sui lavoratori; non solo sugli addetti all’impianto di Ferrara, ma anche su quelli dei nostri clienti. Dalle analisi è risultato che la presenza del segnalatore (metabolita) di DEHP era sotto al valore medio della popolazione tedesca non esposta al plastificante. Ciò nonostante, non c’è da stupirsi se in alcuni casi le aziende che acquistavano da noi il PVC riciclato hanno preferito tornare a quello vergine, evitando le lungaggini burocratiche, e così le vendite del nostro R-PVC sono crollate del 50%”. “Lo stesso vale per tutti i materiali riciclati contenenti legacy additives: in questi casi il regolamento Reach è incompatibile con la transizione verso l’economia circolare”.
Un altro limite all’economicità dell’impianto Vinyloop sono i costi energetici, che a Ferrara sono tre o quattro volte superiori rispetto ad altri complessi chimici che sfruttano la cogenerazione.
NON VALE PER L’IMPORT. Il general manager di VinyLoop Ferrara denuncia anche un’inevitabile
distorsione del mercato, poiché ai produttori extraUE non viene richiesto di bandire il DEHP dai prodotti in PVC, ma solo di segnalarne la presenza nei prodotti finiti. “Due numeri per inquadrare il problema: nel 2011 si utilizzavano in Europa circa 100mila tonnellate di PVC contenente DEHP e altrettante ne venivano importate. Secondo uno studio Echa, nel 2020 non verranno più prodotti nella comunità europea articoli in PVC con questo plastificante, ma ne arriveranno dall’estero 120.000 tonnellate e nel 2039 una quantità ancora maggiore, che diventeranno prima o poi rifiuti da smaltire”. Se non rigenerati, i rifiuti di PVC contenenti DEHP e altre sostanze pericolose, invece di essere cristallizzati in manufatti a lunga vita e non a contatto con le persone (come le geomembrane utilizzate per impermeabilizzare i tunnel ferroviari e stradali, principale applicazione dei prodotti VinyLoop e per la quale è stata concessa l’autorizzazione Reach) finiranno inevitabilmente in discarica.
VENDITE DIMEZZATE. Inaugurato nel 2002, l’impianto Vinyloop di Ferrara ha una capacità di trattamento pari a 9.000 tonnellate annue di rifiuti all’ingresso, che equivalgono a circa 6.000 tonnellate di R-PVC in uscita. Un volume che in passato veniva allocato sul mercato senza difficoltà, ma che si dimezzerà quest’anno. Per evitare il problema, Vinyloop sta anche valutando - e in parte lo ha già fatto - di abbandonare cavi e teloni e riciclare rifiuti post-consumo di PVC esenti fin dall’origine da SVHC (DEHP o piombo); che sono però di difficile approvvigionamento, anche perché non devono essere potenzialmente riciclabili per via meccanica, processo meno costoso. E sarà necessario trovare nuovi clienti per il riciclato.
ELEVARE LE SOGLIE. Un altro aspetto riguarda la ricerca lo sviluppo di nuovi processi e tecnologie per il riciclo, come è il caso dell’impianto Vinyloop: “Come si può chiedere all’industria di investire oggi se non è chiaro cosa si potrà riciclare tra cinque o dieci anni, alla luce delle evoluzioni del regolamento sulle sostanze pericolose, con l’elenco dei SVHC che cambia ormai con cadenza mensile?”. Domanda retorica.
Cosa fare per evitare l’impasse? “Andrebbe tassato in modo più aggressivo il conferimento in discarica dei rifiuti - risponde Tarantino - favorendo gli acquisti verdi dei prodotti contenenti materiali riciclati, mentre per i legacy si dovrebbe applicare in modo generalizzato quello che si è deciso di fare per il piombo nell’R-PVC dei serramenti, ovvero elevare le soglie ammesse per gli additivi SVHC, rispetto alla resina vergine, per il tempo necessario a smaltire i rifiuti del passato, solo per applicazioni finali dove non ci sono rischi dimostrati per la salute e l’ambiente, il tutto in modo trasparente e sicuro”.
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