20 aprile 2026 08:45
La crisi in Medio Oriente offre lo spunto alla Cgil per riaprire il dossier Versalis e ricordare che il sindacato dei chimici non ha firmato, lo scorso anno, l’accordo per la chiusura dell’impianto polietilene di Brindisi (leggi articolo).
Il tema della dismissione della chimica di base del gruppo Eni, che sembrava ormai chiuso, è al centro della lettera che il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e il segretario della Filctem Cgil, Marco Falcinelli, hanno inviato al ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, affinché prenda una posizione pubblica chiara sulla vicenda.
"Il 10 marzo 2025, Lei ha firmato un protocollo con Eni che sancisce, nei fatti, la dismissione della chimica di base nel nostro Paese, affermando che tali produzioni non sarebbero più sostenibili in Europa - si legge nella missiva -. Pochi giorni dopo, ha sottoscritto insieme ad altri Paesi europei un non-paper che indica esattamente l’opposto: la chimica di base come settore strategico da difendere e rilanciare. Oggi, a distanza di mesi, non solo questa contraddizione non è stata chiarita, ma gli eventi recenti la rendono ancora più grave".
I due sindacalisti ricordano quanto sia pericoloso, alla luce della crisi geopolitica in Medio Oriente, dipendere dall’estero per materie prime e intermedi chimici fondamentali come l’etilene e i suoi derivati. "In questo contesto, la scelta di smantellare la capacità produttiva nazionale non è solo industrialmente miope: è strategicamente irresponsabile", si legge nel documento.
Secondo il sindacato, la prossima chiusura dell’impianto di polietilene di Brindisi rappresenta, in questo scenario, "un colpo ulteriore e forse definitivo alla chimica di base italiana, accelerando un processo di desertificazione industriale già in atto". "Senza impianti di cracking, l’Italia perderà anche la possibilità di sviluppare su scala industriale il riciclo chimico della plastica, compromettendo uno dei pilastri della transizione ambientale e della decarbonizzazione del settore".
La lettera pubblica si chiude con cinque domande rivolte al ministro Urso:
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