17 febbraio 2026 09:19
Nel mercato del PET, l’Europa si trova oggi in una situazione paradossale: pur disponendo della capacità produttiva necessaria a soddisfare la domanda interna, sia per il materiale vergine, sia per quello riciclato, negli anni è diventata un’importatrice netta.
Quasi il 40% del PET vergine e una quota analoga di quello riciclato provengono da Paesi extraeuropei.
Secondo Antonello Ciotti (nella foto), presidente di Petcore Europe, il nodo sta nella dinamica del mercato, che richiede prezzi incompatibili con i costi di produzione e di riciclo sostenuti in Europa.
Proviamo a mettere sul tavolo qualche numero.
Per quanto riguarda il PET vergine, la capacità produttiva europea si attesta intorno ai 3 milioni di tonnellate.
A questa si aggiungono circa 2,6 milioni di tonnellate di RPET stimati dai riciclatori, di cui però viene utilizzata poco più della metà. La capacità di soddisfare la domanda interna, quindi, non manca: il vero problema è rappresentato dalle importazioni a basso costo provenienti da Paesi extra UE. Negli ultimi due anni, infatti, si sono perse quasi 800.000 tonnellate di PET vergine e circa 1 milione di tonnellate di PET riciclato.
In molti casi si tratta di impianti fermi, che potrebbero ripartire in un contesto di mercato più favorevole.
Ancora l'anno scorso ci si interrogava sul fatto che, con l'entrata in vigore della Direttiva SUP, l'offerta di PET riciclato non sarebbe stata forse sufficiente a soddisfare le richieste dei produttori di bottiglie alle prese con i contenuti obbligatori di riciclato.
Ora scopriamo che scarseggia proprio la domanda.
Cosa è cambiato nel giro di un anno o poco più?
Quando la Direttiva SUP è stata approvata nel 2019, i produttori di bevande e gli imbottigliatori si erano impegnati ad aumentare il contenuto di riciclato, persino a superare le soglie minime. Questo aveva spinto i riciclatori a investire in nuove linee produttive. Tuttavia, a fronte di un costo del materiale riciclato rimasto relativamente stabile — a causa della rigidità dell’offerta — il prezzo del PET vergine è nel frattempo crollato. Di conseguenza, molti operatori hanno rivisto al ribasso i propri obiettivi: da percentuali dell’80-90% di RPET nelle bottiglie si è scesi al 50%, e in alcuni casi si è tornati al minimo richiesto dalla direttiva, pari al 25%.
La Direttiva SUP non è riuscita a stimolare la domanda di PET riciclato anche perché pone l’obiettivo del contenuto minimo di riciclato agli Stati membri e non prevede sanzioni per chi non rispetta gli obblighi.
Esiste poi un fattore strutturale: il costo della raccolta differenziata in Europa si aggira intorno ai 500 euro per tonnellata, mentre in Paesi come India o Egitto è da cinque a dieci volte inferiore e questo rappresenta un grande svantaggio competitivo: se i rifiuti saranno le maggiori risorse del futuro, l’Europa parte svantaggiata e dovrà recuperare il gap con innovazioni tecnologiche.
Perché il PET riciclato europeo fatica a competere con quello importato, nonostante l’elevato livello tecnologico degli impianti?
Il PET riciclato importato non è sottoposto agli stessi controlli previsti per quello prodotto in Europa. Ciò è particolarmente rilevante per il materiale destinato al contatto alimentare, che dovrebbe provenire per almeno il 95% da imballaggi alimentari e non da rifiuti indifferenziati o da discarica. Va inoltre considerato che molti Paesi asiatici hanno investito in questi anni nel riciclo, spesso acquistando tecnologie europee.
Il risultato è che il PET riciclato europeo, in forma di granulo idoneo al contatto alimentare, costa ai produttori di bottiglie circa 1.200 euro per tonnellata, ossia tra 100 e 200 euro in più rispetto al materiale importato.
Il PET vergine, invece, si colloca attualmente ad un prezzo minore del riciclato di circa 200 euro per tonnellata.
Accade anche che, proprio a causa di questi differenziali di prezzo, PET vergine proveniente da Paesi extra UE venga commercializzato in Europa come materiale riciclato. Una situazione paradossale.
In assenza di adeguati controlli alle frontiere, fenomeni di questo tipo sono possibili: il mercato risulta alterato proprio dalla mancanza di verifiche sulle importazioni.
Al di là dei controlli, cosa pensa della decisione — ancora non ufficiale — di poter computare il PET da riciclo chimico come riciclato nelle bottiglie ai fini della Direttiva SUP e di escludere fino a novembre 2027 quello di provenienza extra UE? Le ritiene due misure adeguate?
In attesa di leggere il testo, le ritengo entrambe positive, almeno nel breve periodo, per far fronte alle difficoltà dell'industria europea. L’apertura al riciclo chimico potrebbe rilanciare gli investimenti nei processi di depolimerizzazione, mentre la limitazione delle importazioni offrirebbe un po' di respiro ai riciclatori europei, consentendo al tempo stesso ai Paesi membri di rafforzare i controlli alle frontiere.
Non ritengo, invece, che il riciclo chimico del PET possa sostituire quello meccanico, ormai consolidato. Considerati i costi più elevati, sarà probabilmente destinato alle frazioni più complesse, che oggi non possono essere recuperate nel ciclo bottle-to-bottle, ad esempio per insufficiente purezza ai fini del riutilizzo alimentare.
Nei giorni scorsi si è tenuta l’Assemblea generale di Petcore Europe, l’associazione della filiera del PET da lei presieduta. Il tema era “come recuperare competitività”. Quali sono stati i principali spunti emersi?
Si è instaurato un proficuo confronto tra imprese e istituzioni, anche grazie alla significativa partecipazione dei rappresentanti della Commissione europea, con il coinvolgimento di diverse Direzioni Generali. È stato confermato il ruolo dell’associazione come ponte tra industria e Istituzioni europee, con l’obiettivo di rappresentare a Bruxelles le criticità del settore e proporre misure concrete da adottare nel breve termine, come la separazione dei codici doganali tra PET vergine e riciclato, utile a migliorare il monitoraggio del mercato e i controlli.
Lei era presente anche all’ultimo European Industry Summit di Anversa. Qual era il clima tra i partecipanti?
Credo che, questa volta, la politica abbia compreso la gravità della crisi industriale europea e gli errori compiuti nell’attuazione del Green Deal nella scorsa legislatura, adottando un approccio talvolta ingenuo - si è sentito spesso il termine 'naif' - in un contesto globale sempre più complesso. Questo ha contribuito ad accelerare i processi di deindustrializzazione. Come ha dichiarato Emmanuel Macron, “bisogna proteggere senza diventare protezionisti”.
Vi è anche un consenso crescente sulla necessità di semplificare il quadro normativo, anche da parte tedesca.
L’atteggiamento è decisamente cambiato...
BIOGRAFIA. Laureato in Ingegneria, con un MBA conseguito all’Università Bocconi, Antonello Ciotti è presidente dell'associazione di settore Petcore Europe dal 2022. Nella sua lunga carriera professionale ha lavorato per molti anni in Dow per poi passare alla joint-venture Equipolymers in qualità di direttore commerciale. Dal 2016 al 2020 è stato presidente di Corepla, Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi in plastica.
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